#48 - John ASHBERY
SYRINGA
A Orfeo piaceva la gaia personale qualità
delle cose sotto il cielo. Naturalmente, Euridice aveva un ruolo
in questo. Poi un giorno tutto cambia. Egli squarcia
con lamenti le rocce. Creste e burroni
non lo sopportano. Il cielo rabbrividisce da un orizzonte
all’altro, quasi disposto ad abbandonare l’interezza.
Allora Apollo pacatamente disse: «Lascia tutto sulla terra.
Il liuto, a che ti serve? Perché pizzicare una pavana sorda che pochi
stanno a sentire, eccetto qualche uccello dalle piume polverose…
incolori prestazioni del passato». Ma perché no?
Anche le altre cose debbono cambiare.
Le stagioni non sono più quelle che erano
ma è nella natura delle cose essere viste una volta sola
mentre accadono intorno, urtando altre cose, tirando avanti
in qualche modo. Fu qui che Orfeo fece il suo sbaglio.
Naturalmente Euridice svanì nell’ombra;
sarebbe scomparsa anche se lui non si fosse voltato.
Inutile star lì come una toga di granito, mentre la ruota con incisa
la storia lampeggia, ammutolito, incapace di articolare un solo commento
[sensato
sull’elemento più intellettualmente provocatorio della vicenda.
Solo l’amore resta nel cervello, e qualcosa che costoro
questi altri, chiamano vita. Cantare con precisione -
così che le note riemergono dal pozzo del
mesto meriggio e rivaleggiano in bellezza coi fiori gialli sfavillanti
cresciuti, seppure minuscoli, sull’orlo dell’anfratto - sigilla
il differente peso delle cose.
Ma non basta soltanto
continuare a cantare. Orfeo capì e non gl’importava
troppo di avere in cielo la sua ricompensa
dopo che era stato fatto a pezzi dalle Baccanti, rese mezze
matte dalla sua musica, quel che stava facendo loro.
Dicono che fu per come aveva trattato la sua Euridice.
Ma forse ci aveva a che fare più la musica, e
il modo in cui la musica trascorre, emblema
della vita che non si può isolare in una nota sola
e dire se sia cattiva o buona. Devi aspettare
finché sia finita. «La fine corona tutto»,
volendo anche dire che il «tableau»
è sbagliato. Malgrado le memorie, di una stagione, per esempio,
si fondano in una singola istantanea, uno non conserva, non fa
tesoro di quel momento bloccato. Anch’esso sta fluendo, migrando;
è una pittura di fluente scenario, sebbene vivente, mortale, su cui
[un’astratta azione è campita, con bruschi
decisi colpi di pennello. Chiedere di più vuol dire
farsi simili a canne scosse da quella lenta
poderosa corrente, alle erbe rampicanti
scherzosamente strappate, ma non partecipare all’azione
più di tanto. Quindi nel cielo genziana che si abbassa
dapprima appaiono elettriche torsioni, fiocamente, poi zampillano
in una pioggia di fiaccole fisse, color crema. I cavalli:
ciascuno ha visto uno spicchio della verità, eppure pensa:
«sono un individualista. Niente di quel che accade sta accadendo
a me, sebbene io capisca il linguaggio degli uccelli, e
l’itinerario delle luci nella bufera ai miei occhi sia del tutto palese.
La loro giostra si conclude in musica un po’ come gli alberi
più agevolmente si scuotono al vento dopo un temporale estivo
e sta accadendo sotto le ombre sfrangiate degli alberi da spiaggia, ora,
[«giorno dopo giorno».
Ma quant’è tardi per rimpiangere, pur avendo
in chiaro che il rimpianto giunge sempre tardi, troppo tardi!
Al che Orfeo, nuvola bluastra dai contorni bianchi,
replica che i suoi non sono affatto lamenti
solo un’attenta, diligente esposizione
di fatti indiscussi, una teoria di ciottoli lungo il cammino.
E non importa come tutto ciò scomparve
o giunse dov’era destinato, non è più
materia per una poesia. Il suo argomento
è troppo scottante, e non abbastanza, sta lì senza speranza
mentre il poema precipitava, la coda in fiamme, una cattiva
cometa urlante d’odio e di catastrofe, ma così involuta
che il senso, positivo o altro, non potrà mai
rendersi noto. Il bardo pensa
costruttivamente, edifica il suo canto un piano dopo l’altro
come un grattacielo, ma all’ultimo istante si distoglie.
La canzone in un attimo è inghiottita dalla tenebra
che a sua volta deve sommergere l’intero continente
di tenebra, perché non veda. Il bardo
deve dunque passare fuor di vista, senz’alcun sollievo
del maligno fardello di parole. Stellificazione:
è cosa per pochi, e sopraggiunge tardi
quando ogni traccia di queste genti e delle loro vite
si è persa in biblioteche e archivi microfilmati.
Pochi ancora si interessano a loro. «Però che ne è stato di quel
tale?» ancora ci si domanda all’occasione. Ma esse giacciono
gelate e intoccabili fin quando un’arbitraria strofa
narra di un fatto completamente estraneo usando nomi simili
nella cui favola sono nascoste sillabe
di quel che accadde tanto tempo prima
in una piccola città, un’estate qualsiasi.
[da Syringa e altre poesie, traduzione di Edoardo Albinati, Roma: Il Labirinto, 1999, pp. 35-45]