INTERMEZZO - Dino BUZZATI
Da quando è proibita la poesia, certamente la vita è assai più semplice da noi. Non più quella rilassatezza d’animo, né quelle morbose eccitazioni, né l’indulgenza ai ricordi, così insidiosi per l’interesse collettivo. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti, e davvero non si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità fondamentale.
Entro i limiti consentiti restano, come si sa, alcuni inni incitanti per l’appunto alle grandi opere di profitto nazionale, inni passati al vaglio della nostra benemerita censura. Ma si possono dire poesia? No, per fortuna. Essi fortificano l’animo del lavoratore senza aprire il varco alle peccaminose intemperanze della fantasia. Possono esservi da noi, per fare un tipico esempio, dei cuori afflitti dalle cosiddette pene d’amore? Si può ammettere che nel nostro mondo, consacrato alle opere concrete, lo spirito si perda in esaltazioni prive, come ognuno deve riconoscere, di qualsiasi utilità pratica?
Certo, senza un governo forte non si sarebbe potuta statuire una bonifica di così vasta portata. E tale è appunto il governo presieduto dall’onorevole Nizzardi. Forte e democratico, si intende. La democrazia non impedisce di usare, qualora sia necessario, pugno di ferro, ci mancherebbe altro. In praticolare, il più acceso propugnatore della legge che ha tolto di mezzo la poesia, è stato l’onorevole Walter Montichiari, ministro del Progresso. Egli in realtà si è limitato a farsi interprete della stessa volontà del paese, ha agito appunto su una linea squisitamente, se è consentita l’espressione, democratica. L’insofferenza della popolazione nei riguardi di quel pernicioso atteggiamento della psiche era da anni fin troppo manifesta. Non restava che codificarla con precise norme restrittive, il tutto a beneficio della collettività.
Poche leggi del resto portarono così insensibile disturbo alla vita del cittadino singolo. Chi leggeva più poesie? Chi ne scriveva più? L’obliterazione nelle biblioteche, pubbliche e private, dei volumi incriminabili, si è compiuta senza difficoltà di sorta, anzi: l’operazione è stata realizzata in un’aria di soddisfatta eccitazione, quasi ci si fosse liberati di una sgradevole zavorra, finalmente. Produrre, costruire, spingere sempre più su le curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini scientifiche rivolte all’incremento della efficienza nazionale, convogliare (che bella parola) sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici, questa semmai, o concittadini, può essere poesia. Tecnica, calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del mercato, sano realismo delle manifestazioni artistiche (qualora siano ritenute indispensabili), evviva.
L’onorevole Walter Montichiari ha 46 anni, è abbastanza alto, bell’uomo nel complesso, lo sentite nella stanza accanto come ride? (Gli stanno raccontando come i paesani hanno dato la baia al vecchio poeta Osvaldo Cahn. «Ma io non scrivo più» gridava lo sciagurato; «giuro che da quindici anni non ne scrivo più. Io commercio in granaglie e basta». «Però le hai scritte ai tuoi bei tempi, porco» gli hanno risposto scaraventandolo, vestito di tutto punto, con cappello e bastone, nella vasca di un letamaio).
[Incipit di Era proibito, da Sessanta Racconti, Milano, Mondadori, 1958].